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FUTURISMOS MATÍAS ERCOLE February / March 2021 ROMA - Italy

Futurismos, Matías Ercole

FUTURISMOS

di Matías Ercole

Apertura mostra 12 febbraio dalle 16.00 alle 20.00 / fino al 4 marzo. (da lunedi a venerdi dalle 15.00 alle 19) (Casa Argentina, Roma - Italia Via Veneto 7

Sotto il titolo Futurismos si presenta la prima esposizione a Roma dell’artista argentino Matias Ercole. Nuove opere sgraffiate, realizzate in tinta e cera su carta intelata, occupa lo spazio della sala espositiva della Casa Argentina en Roma.

Il lavoro di Ercole si basa sulla certezza secondo la quale un dipinto sia capace di rendere visibile l’invisibile e, nelle ultime opere dell’artista, si incentra sullo studio di un “personaggio” in particolare: la luce, intesa come fulcro di un sistema ed estrapolata da uno spettro tecnico, físico, mistico e poetico. In questa occasione, l’artista riprende la formalitá che ha saputo imporre la pittura futurista nell’osservazione di una realtá che non é fissa, relazionandosi agli studi sulla luce di Giacomo Balla e al suo modo di rappresentarla, in questo caso come movimento, accelerazione e tempo.

Le opere della mostra si configurano come il punto di unione di una realtá scomposta in frammenti, dove i punti di vista e le possibilitá di immaginare spazi futuri ci mettono di fronte ad un mistero, sapendo che l’idea che c’é dietro puó esser conosciuta solo in parte.

Futurismos, Matías Ercole

Futurismos

Quando visitó Buenos Aires, alla fine del 2013, il compositore italiano Salvatore Sciarrino restó sorpreso dalla luce della cittá: “Qui - chiese - c ́é sempre una luce cosí bella, cosi brillante?” La luce di Sciarrino era la luce di Palermo, dov’era nato, e subito giunse alla conclusione che la luce di Buenos Aires somigliasse molto alla luce di Roma. E ́però certo che lui non fosse mai vissuto a Buenos Aires e che, nella sua condizione di compositore, fosse chissà piú sensible ai fenomeni sonori che a quelli ottici. La comparazione si impone. Si suol dire, senza ragione, che il materiale della musica sia il suono, quando in realtà sarebbe molto piú preciso dire che il suo materiale sia il tempo. Identica conclusione potrebbe consistere, per semplice simmetria di contrari, nel fatto che la materia della pittura sia lo spazio, mentre in realtà sarebbe più esatto dire che il suo materiale sia la luce. Per Matías Ercole è sempre stato così. E` molto probabile che le somiglianze fra la luce di Buenos Aires e quella di Roma siano per lui meno evidenti, ed il confronto tra i suoi lavori portegni e quelli romani è sufficiente a provarlo. Resterà da decidere se le luci siano molte o una sola, della quale le altre non sono che episodi della percezione. Propendo per questo secondo caso, e penso che lo stesso valga per Ercole.

I paesaggi di Ercole (diciamolo subito: anche qui c’è un principio paesaggistico) sono monodrammmatici: non li abita altro che la luce – un unico personaggio. Però ciò che nei suoi lavori precedenti, come quelli che espose nel 2019 in Munar - Buenos Aires, era dominato dall ́urgenza di rendere visibile l’immateriale, in questi sgraffiati romani di tinta e cera su carta in tela, l’immateriale conquista in cambio il suo statuto visibile nel movimiento. Lezione e scoperta dell’avanguadia novecentesca: ciò che non si muove, o ciò che non provoca l’illusione del movimento, non può essere contemplato. Osserva l’artista: “Stando a Roma, iniziai ad investigare le opere di Giacomo Balla e, precisamente, un’altra maniera di rappresentare la luce, in questo caso movimento, accelerazione, tempo. Un’immagine in frammenti per mostrare gli strati del tempo in una medesima unità o superficie”. Se c’è mimesi in questi lavori di Ercole, è la mimesi di ciò che illumina e non di ciò che è illuminato.

La scelta di Futurismos, per attribuire un nome alla mostra, è meno programmatica di quel che potrebbe sembrare. Il plurale insinua che non ci sia già una relazione diretta. Notiamo l’osservazione attenta che ha fatto Ercole sull’opera complessiva di Balla e, anche se in minor misura, di quella di Fortunato Depero. Tuttavia, l’aneddoto geometrico non è per Ercole il punto d’arrivo, come a sua volta, il divisionismo tanto publicizzato per Balla non era, in ultima istanza, un “mezzo tecnico”, ma un “complemento congenito”. Il vortice e la velocità sono scorciatoie letterarie, allegorie che indicano la rappresentazione del movimento, irrapresentabile nel piano. Quel che resta sono le suddivisioni di un punto di vista, e queste suddivisioni sono l’origine della nuova morfologia del lavoro di Ercole, anche se questo “nuovo” vuole essere inteso come continuità: il collage è sempre stato uno strumento del suo laboratorio che, in ogni caso, adotta ora un segno differente. Dice l’artista: “Mi interessava questa formalità dell’immagine futurista, giacchè anche le mie immagini si costuiscono, oggi come oggi, di frammenti di sguardo su di uno stesso piano”.

Lo pretesa di elementi dissimili su di un piano dissimile di questi elementi diventa immateriale: sono frazioni di tempo, perchè anche la luce è fatta di tempo, di ore del giorno. Rifacciamoci a ciò che immaginavano Balla e i suoi amici nel Manifesto tecnico della pittura futurista: “Gli occhi abituati alla più radiante visione della luce. Le ombre che dipingiamo saranno più luminose che le luci dei nostri predecessori, ed i nostri quadri saranno come il fulgore del mezzogiorno di fronte alla notte tenebrosa”. Ercole, il suo lavoro, corregge la formulazione: il movimiento comprende tanto l’ora senza luce quanto quella senza ombra. L’artista non fissa ciò che si muove; mette in movimiento ciò che è fisso.

Pablo Gianera traduzione di Vittorio Mori

Futurismos, Matías Ercole

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